Approvo e pubblico:
La forza nascosta nei baffi di D’Alema
• da La Repubblica del 8 maggio 2006, pag. 1
di Francesco Merlo
Mettendosi di nuovo a parte, questa volta per far posto a Giorgio Napolitano, D'Alema dimostra
di portare con merito i suoi famosi baffi, di sapere giocare al gioco duro che comporta anche
accettare lo scacco e cedere il passo. Va detto infatti con chiarezza: D'Alema stava per esporsi in una battaglia terribile. Se avesse perso sarebbe diventato il perdente per sempre. E se
avesse vinto l'Italia sarebbe rimasta attaccata ai suoi baffi, ai suoi umori, alle sue ambiguità,
alle mille trame che comunque gli sarebbero state attribuite, presunti inciuci, affari, ombre
cinesi...
Dunque non gli sarebbe stato sufficiente vincere, perché avrebbe poi dovuto convincere
gli italiani, e magari diventare finalmente anche simpatico. Imago animi vultus. Massimo DAlema e i suoi baffi, l'arrière pensée che, diceva Sciascia, sempre si intuisce dietro un paio di baffi meridionali, i baffi come maschera ambigua, ma anche come segnale di autocompiacimento, perché i baffi devono essere curati, e sono un vero obbligo narcisista oltre che un tratto da comandante autoritario. E’ vero infatti che i baffi li portavano sia Hitler che Stalin, ma li esibiva anche Charlie Chaplin e sono pure gli attributi tipici del gatto. Disegnandoli sulla Gioconda, Marchel Duchmap, alla fine degli anni trenta fece piazza pulita del Rinascimento e di tutto ciò che ad esso era seguito. Forse nella storia dell'arte iniziò con quei baffi l'epoca moderna della distruzione. Sicuramente da quel momento i baffi sono diventati una parola d'ordine, un semaforo verde per il talento dai significati equivoci, e se oggi l'ormai ex candidato alla presidenza della Repubblica Massimo D'Alema incarna una complessissima antropologia politica riassumibile nei suoi celebri baffi, ebbene, lo si deve obliquamente anche a Duchamp.
Insomma, i baffi di D'Alema nella politica italiana sono diventati significativi come la gobba di Andreotti: rimandano, qualificano. Ammiccano, distruggono, sono la vedetta sempre allertata di una sostanza vigorosa, non solo politicamente. E infatti, come la gobba di Andreotti, sono trasversali, tanto nell'amore quanto nell'odio che suscitano. Un giorno, quando si contendevano la segreteria del partito, Veltroni e D'Alema per scherzo si promisero che, se avesse vinto Veltroni, l'uno si sarebbe tagliati e l'altro si sarebbe fatti crescere i baffi. Vinse D'Alema e la tricostoriografia moderna italiana non è cambiata. Ma forse mai le virgole biliose di peli si sarebbero adattate al buonismo. Disse una volta D'Alema a proposito delle barbe talebani: “Il cammino dell'umanità è pieno di efferatezze commesse dai visi sbarbati”. Si può
perdere il vizio senza perdere il pelo? Comunque sia, quei baffi sonori rimasti al loro posto, si sono incanutiti, hanno acquistato fascino e hanno arricchito la leggenda trasversale dell'uomo di carattere che piace alla destra perché con la politica tiene buoni i cani dell'ideologia e con l'intelligenza soddisfa la dura necessità delle cose, si tratti di Giustizia da ridimensionare, di Mediaset da proteggere o di far posto a qualcun altro, si chiami Bertinotti o Napolitano. A Giuliano Ferrara D'Alema ricorda il Craxi di ferro, il realista spregiudicato, di quelli che nella repubblica di Weimar avrebbero fatto sparare agli spartachisti. A Vittorio Feltri piace perché è un celodurista, uno che non si fa mettere sotto scopa e, a differenza di Berlusconi, schiaccerebbe come vermi gli alleati che io volessero tenere in ostaggio.
Al contrario a sinistra c'e chi rimprovera a D'Alema l'uso della furbizia come sottomarca dell’intelligenza. Dicono che è un lupo a guardia degli agnelli, ed è lungo l'elenco delle presunte vittime dei diabolici compiotti e voltafaccia dalemiani: Occhetto, Prodi, Di Pietro,
Marini, Cofferati, lo stesso Berlusconi...
Sono dunque trasversali i baffi di D'Alema, intanto perché sono baffi da macho di Gallipoli appunto, che non si arrende mai e che, da vero uomo del Sud, sa pure dimettersi, i baffi nel sud li portano i machissimi, i carabinieri indigeni, e i cristiani di sostanza. E se dunque, all'ultimo momento, D'Alema ha fatto l'inchino al più saggio Napolitano, non è stato certo per paura di offrire il petto ai franchi tiratori. Un uomo con i baffi sa darsi al vento. Non è solo
con la famosa Ikarus che D'Alema si permette le manovre smodate e gli azzardi nerboruti che scandalizzano anche i velisti più coraggiosi. E lo stesso D'Alema che, presidente del Consiglio,
annunziò che avrebbe vinto le elezioni regionali con dieci punti di distacco. Si sa come andò a finire: perse le elezioni, si dimise, e per nove mesi si esiliò dalla politica, dalle interviste, dalla ribalta. Una parentesi di silenzio e di meditazione?
No. Quando tornò, era la vigilia di Natale del 2000, si presentò ai soliti giornalisti del Transatlantico e spavaldamente disse in tono semiserio: 'Ho smesso di fare politica e ho cominciato a fare gli addominali. Adesso ne faccio cinquecento al giorno. Ho uno stomaco di ferro. Vi seppellirò tutti". Era, ancora una volta, il D'Alema di sempre, quello che si mise a studiare e imparò l'inglese in pochi mesi, impegnandosi come un ragazzino nei ritagli di tempo
con un paziente professore che lo seguiva a Botteghe Oscure. Ed è lo stesso D'Alema che, come tanti anni fa raccontò al cronista la moglie Linda Giuva, smise di comprare i vestiti a peso all'Oviesse e si mise nelle mani del sarto napoletano di Claudio Velardi. E si fece confezionare pure le camice. Diligentemente divenuto un uomo elegante, con allegria si prestò alla leggenda nera delle scarpe fatte a mano per un milione e mezzo di lire, suscitando un dibattito accanito e memorabile che, ai di là della verità e delle smentite, fu forse il più interessante tra i tanti blabla intellettuali d'Italia, perché fu il primo vero dibattito sul moralismo, sull'estetica postcomunista, sulla destra e sulla sinistra alla fine delle ideologie, sul dalemismo insomma come nuova categoria dello spirito italiano.
D'Alema è un uomo che non conosce la modica quantità, cerca le prestazioni record, e dunque non ha mai la faccia tranquillizzante, neppure nelle scelte riformiste e moderate che in politica va facendo ormai da due decenni. La faccia di D'Alema si acciglia e si impermalosisce facilmente e di nuovo introduce nel povero dibattito nazionale tutta la ricchezza espressiva della scienza fisiognomica. E’ la faccia che capisce e che prevede, che tollera e che consola, ma è anche la faccia che è sopravvissuta alla trincea comunista. Solo una faccia provata da un lungo bombardamento può incutere paura perché è la faccia che sta a guardare e ad osservare per cibarsi degli errori degli altri, la faccia estremista di un vero moderato. Un giorno d'agosto del 2003, con un'intervista al “Corriere della Sera”, spiegò di essere d'accordo con Romano Prodi. Ma i giornalisti, che, anch'essi come tutti, lo amano e lo odiano, scrissero che era sicuramente vero il contrario, scrissero che era cominciata la seconda puntata dello
scontro obliquo tra Prodi e D'Alema. Dario Franceschini, che porta nella politica una sensibilità letteraria, davanti ai cronisti gli chiese: "Chissa perché, Massimo, ogni volta che dici qualcosa,
tutti si chiedono dove sia la fregatura”. Ed ecco la risposta che gli diede d'Alema: “E’ perché sono più intelligente di voi e per un riflesso tipico della cultura contadina si diffida sempre di chi e più intelligente”. Mezzo sconfitto e mezzo vincente, D'Alema ha dato prova che l'unico modo di essere intelligente è quello di schiaffeggiare la propria intelligenza, di tramortirla e persino di mortificarla. Nella storia d'Italia, la scelta del capo dello Stato - andrebbe detto
chiaramente - quasi sempre è il momento più basso e meno intelligentemente kantiano della vita politica, il momento nel quale vengono fuori i suoi caratteri peggiori, quando le ambizioni sono costrette a muoversi nell’ombra, malcelate dietro cumuli di ipocrisia e il mercato si svolge al riparo di ogni controllo democratico, da ogni reale rapporto con l’opinione pubblica.
Non c’è nessuno che dice: “Vorrei fare il presidente, credo di avere le qualità adatte”. E tutti hanno paura di bruciarsi. L’oscurità sporca ogni trattativa, nessuno si fida di nessuno, si inventano candidati civetta, le promesse di voto sono trappole, si punta su qualcuno per farlo impallinare, non c’è nulla di chiaro, di laico. Ebbene, D’Alema si consoli: è molto intelligente avere evitato all’Italia un ennesimo lungo spettacolo di fuoco e di ghiaccio